13 Ottobre 2024

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Primarie centrosinistra, domani si vota in Campania. Saviano: "Non votate"

Vincenzo De Luca
Vincenzo De Luca, concorrente alle primarie 2015

Dopo quattro rinvii e il ritiro di due candidati in corsa, Gennaro Migliore (Pd) e Nello Di Nardo (Idv), domani in Campania si voterà per le primarie del centrosinistra per scegliere il candidato governatore che sfiderà Stefano Caldoro alle prossime elezioni regionali in Campania.

I candidati che si sfideranno sono tre: l’europarlamentare Pd Andrea Cozzolino, l’ex sindaco di Salerno ed esponente del Partito democratico Vincenzo De Luca, e il capogruppo del Psi alla Camera, Marco Di Lello. I tre candidati voteranno domani mattina. De Luca a Salerno, mentre gli altri due a Napoli.

Dalle 8 alle 21, gli elettori potranno recarsi a votare nei 606 seggi sparsi in tutto il territorio regionale suddivisi tra Napoli (187), Salerno (163), Caserta (100), Avellino (83), Benevento (73). Oltre 3.500 i volontari impegnati nell’organizzazione delle primarie della Campania.

Hanno diritto al voto tutti i maggiorenni in possesso di certificato elettorale. Il voto per gli iscritti è gratuito, mentre i cittadini non iscritti dovranno versare un contributo di 2 euro per essere ammessi alle urne dem.

“Si vota in un clima avvelenato, effetto di una strategia delle tensione alimentata da autorevoli esponenti del nostro partito”, ha ammesso la segretaria regionale del Pd Campano, Assunta Tartaglione in una conferenza stampa. “Siamo consapevoli – ha aggiunto – che le primarie debbono essere rimodulate e riformate, ma vogliamo lasciarci le polemiche alle spalle e puntiamo a fare del voto di domenica una festa di partecipazione democratica”.

Dopo le tensioni delle ultime settimane si giunge alle primarie senza il dem ed ex Sel, Gennaro Migliore che nella sua scesa in campo aveva “sparigliato” un po’ i giochi tentando insieme a larga parte del Pd campano di essere il “candidato unitario”.

Il parlamentare si è messo da parte perché, spiega, “nella situazione attuale sono venute meno le condizioni di rappresentare una candidatura di rinnovamento e unitaria”. L’esito delle primarie, fanno sapere gli organizzatori, si conoscerà a tarda notte. Non si escludono “brogli e liti” come già accaduto in Liguria il mese scorso.

Lo scrittore Roberto Saviano in un video postato su Facebook afferma: “So che il non voto è una sconfitta e allontana i cittadini dalla possibilità di riformare”. Tuttavia, “il mio consiglio è: domani non andiamo, non andate a votare alle primarie Pd in Campania. I candidati sono espressione della politica del passato (Bassolino e altri). Queste elezioni saranno determinate da voti di scambio”. L’autore di Gomorra riferisce che le primarie dem di domani saranno “partecipate” dall’appoggio dei seguaci dell’ex forzista Nicola Cosentino.

“Pacchetti di voti – scrive Saviano – sono pronti ad andare a uno o all’altro candidato in cambio di assessorati. In più saranno determinanti gli accordi con Cosentino. Le primarie Pd avrebbero dovuto essere strumento di apertura e partecipazione, ma così non è stato (vedi il caso Liguria). Sino a quando non esisteranno leggi in grado di governarle, saranno solo scorciatoie per gruppi di potere. Non legittimiamole, non andate a votare”.

Ucciso Boris Nemtsov, oppositore di Putin. "E' complotto", ma spunta l'ombra della Cia

Boris Nemtsov (ItarTass/ Dzhavakhadze)
Boris Nemtsov (ItarTass/ Dzhavakhadze)

Un delitto avvolto nel mistero, quello di Boris Nemtsov, storico esponente russo e irriducibile oppositore di Vladimir Putin. Il dissidente russo, ex vicepremier liberale con Boris Ieltsin,  è stato ucciso ieri notte in un agguato a pochi passi dal Cremlino.

Uno o più killer, ancora sconosciuti, lo hanno avvicinato centrandolo a morte con quattro colpi di pistola. Stando a quanto riferiscono i media russi, al momento dell’agguato sarebbe stato in compagnia di una donna.

Boris Nemtsov
Boris Nemtsov

Fisico di formazione, Nemtsov aveva 55 anni e nella seconda metà degli anni ’90 era stato indicato come un possibile delfino di Boris Ieltsin per succedergli al Cremlino.

Già governatore di Nizhni Novgorod, era arrivato a ricoprire importanti incarichi di governo a Mosca imponendosi come un riformatore. Più tardi aveva fondato l’Unione delle Forze di Destra – una formazione liberale – assieme all’ex premier Serghiei Kirienko e all’altro ex vicepremier Anatoli Ciubais, ma a differenza di questi fin dai primi anni 2000 si era poi schierato in una trincea di forte e aperta critica nei confronti di Vladimir Putin. Con il presidente in carica – da lui accusato di autoritarismo – ha duramente polemizzato in tutti questi anni, seppure da posizioni minoritarie nel Paese.

“E’ un omicidio crudele ed una provocazione, le indagini saranno sotto il diretto controllo del leader del Cremlino”, ha fatto intanto sapere Vladimir Putin commentando l’uccisione del suo oppositore.

Boris Nemtsov (ItarTass/ Dzhavakhadze)
Boris Nemtsov (ItarTass/ Dzhavakhadze)

Mentre gli Stati Uniti condannano il brutale assassinio di Nemtsov, e chiedono al governo russo un’indagine imparziale e trasparente” per “portare coloro che ne sono responsabili davanti alla giustizia”. In una nota della Casa Bianca, Barack Obama afferma di aver “ammirato la coraggiosa dedizione di Nemtsov alla lotta contro la corruzione in Russia e la sua volontà di scambiare il suo punto di vista con me quando ci siamo incontrati a Mosca nel 2009”.

L’ex vicepremier ucciso, non aveva nascosto di temere per la sua vita. Il 10 febbraio scorso affidò al sito “Sobesednik.ru” le sue preoccupazioni: “Ho paura che Putin voglia uccidermi’, disse. Un sospetto che non lo aveva indotto alla cautela; sulla stessa pagina l’ennesima accusa al presidente russo Putin: “E’ il responsabile della guerra in Ucraina”.

Yury Barmin, stretto amico di Nemtsov su twitter parla di “complotto” e di una “inquietante” coincidenza.

L’omicidio di stanotte, scrive “è avvenuto esattamente 20 anni dopo l’assassinio di Vladislav Listyev”, il popolare giornalista di “Channel 1”  ucciso a colpi di pistola il 1 marzo del 1995 nelle scale del suo condominio a Mosca.

Anche Listyev come Nemtsov era un “oppositore” del governo russo. A quei tempi Putin era a capo del Kgb, i servizi segreti del Cremlino. Il killer del cronista non hanno preso né denaro né oggetti dalle sue tasche, facendo sospettare gli amici che si sia trattato di un omicidio politico.

Ma resta mistero sul movente dell’uccisione di Boris Nemtsov. Non sono pochi i commentatori internazionali che si chiedono quali vantaggi avrebbe potuto ottenere Putin dalla scomparsa della scena del suo più importante dissidente; ucciso poi sotto il Cremlino e con tutto il clamore che ne è seguito.

Lo scenario potrebbe essere un altro: quello uccidere l’oppositore e far ricadere, in modo quasi scontato, la colpa su Putin proprio in un momento di forte tensione con gli Usa di Obama. Un tentativo di destabilizzazione della politica russa, come dice il Cremlino? Nessuno può escluderlo. L’obiettivo potrebbe essere quello di mettere spalle al muro l’uomo (Putin) che ha vinto diversi round della guerra di nervi con l’America, uscita “derisa” dall’isolamento russo dopo l’annessione della Crimea e la guerra civile nel sud est dell’Ucraina. Una ipotesi tutt’altro che immaginaria di cui la Cia conosce di certo molti più dettagli…

Terrorismo, i Servizi segreti: "Italia è potenziale obiettivo"

Isis La mappa di SiteIn relazione al quadro internazionale, è da ritenersi “crescente il rischio di attacchi terroristici” in territorio europeo e l’Italia è un “potenziale obiettivo” dei terroristi anche per “la sua valenza simbolica di epicentro della cristianità evocata, di fatto, dai reiterati richiami alla conquista di Roma presenti nella propaganda jihadista”.

E’ quanto scrivono nella relazione presentata in Parlamento i Servizi segreti italiani. Gli 007 temono anche un “crescente rischio di attacchi” da da parte di “donne”, familiari o mogli di combattenti. “La Libia – avvertono – può trasformarsi in minaccia diretta per l’Italia”.

Il paventato rischio di attacchi, secondo l’intelligence è “opera di varie “categorie” di attori esterni o interni ai Paesi-bersaglio come emissari addestrati e inviati dall’IS o da altri gruppi, compresi quelli che fanno tuttora riferimento ad al Qaida; cellule dormienti; foreign fighters di rientro o “pendolari” dal fronte (definiti commuters)”.

Il ruolo delle donne assume, per i Servizi, non trascurata importanza. Quasi alla stregua delle donne dei mafiosi. I “familiari o gli amici di combattenti, donne incluse, sono attratti “dall’eroismo” dei propri cari, specie se martiri”, scrivono gli 007 italiani.

Infine i “cani sciolti”, o anarchici del jihad senza nessun controllo. I “lupi solitari” e microgruppi decidano di attivarsi autonomamente (self starters). Ciò sulla spinta anche di campagne istigatorie che ritengono pagante trasformare il Continente europeo in “terreno di confronto”, con l’Occidente, in chiave di rivalsa”.

Bersani Renzi ai ferri corti: "Non faccio il figurante"

Bersani Renzi
Bersani con Renzi

Tommaso Ciriaco per La Repubblica

Lo schiaffo è fragoroso, visto che metà dei parlamentari del Pd diserterà oggi la riunione convocata da Matteo Renzi nella sede del Pd. Uno strappo clamoroso, il primo passo di un’escalation studiata a tavolino e condotta da Pierluigi Bersani.

«Il metodo Mattarella – è la cruda fotografia di Alfredo D’Attorre – si è chiuso rapidamente». La guerra nel Pd, insomma, è sempre meno fredda. E lo ammette anche il leader: «Sono stupito – attacca – Nessuno vuole ricominciare con i caminetti ristretti vecchia maniera: noi siamo per il confronto, sempre. Non sprechiamo neanche un minuto in polemiche sterili e ingiustificate persino sugli orari e sulle modalità di convocazione di incontri informali. Il nostro popolo, quello che ci ha dato il 41% dopo tante sconfitte, non le merita».

L’origine del duello, a dire il vero, va rintracciata nella scelta di Palazzo Chigi di ignorare il parere delle commissioni competenti sul Jobs act. Per dirla con Bersani, «così si pone fuori dall’ordinamento costituzionale». A poco serve che Renzi si sgoli: «Tutte le principali decisioni di questi 15 mesi sono state discusse e votate negli organismi di partito». La competizione tra i cattorenziani e i renziani ortodossi, infatti, ha ridato vigore alle minoranze, spingendole a muoversi compattamente per disertare l’appuntamento di oggi.

A Montecitorio il clima è pessimo. I renziani provano a convincere i “dubbiosi del venerdì”. Fermano i peones, ricordano che è sconveniente saltare l’incontro con il segretario. Gridano pure alla struttura parallela dei bersaniani, denunciano il partito nel partito. Anche a palazzo Madama va in onda lo stesso film, con venti senatori della minoranza pronti a lamentarsi con il capogruppo Zanda dell’atteggiamento del segretario.

I capofila della rivolta, in ogni caso, militano proprio in Area riformista. «Non ci penso proprio a partecipare oggi – confida ad Avvenire Bersani – Io mi inchino alle esigenze della comunicazione, ma che gli organismi dirigenti debbano diventare figuranti di un film non ci sto». Un attimo dopo l’ex segretario sgancia la bomba: «Il combinato disposto tra ddl Boschi e Italicum rompe l’equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così, non accetterò mai di votare la legge elettorale». La controffensiva renziana è immediata e parecchio irriverente: «Se Bersani non vota l’Italicum rileva Ernesto Carbone – significa che preferisce il Porcellum. Nostalgia canaglia».

L’elenco di chi oggi volterà le spalle al premier, comunque, è lunghissimo. Molti dei Giovani turchi, in allarme per le grandi manovre in area renziana. E tantissimi deputati di peso, da Nico Stumpo a Pippo Civati, Rosy Bindi, Stefano Fassina e Gianni Cuperlo. «Sono in Sardegna – dice quest’ultimo – ma non ci sarei andato comunque».

Stessa linea di Ileana Argentin: «Sinistra Dem non va alla riunione. Sa perché? Non è che tu vieni un’ora, parli e noi applaudiamo. Un’assemblea è una cosa diversa». Ci sarà invece Francesco Boccia, ma solo per picchiare duro sul premier. «Invece di sabotare – reagisce il vicesegretario Lorenzo Guerini – colgano l’occasione per confrontarsi». Eppure, a sentire Massimo D’Alema la sensazione è che i rapporti interni possano addirittura peggiorare. «C’è una discussione vivace. E io spero che si faccia ancora più vivace».

Rai Way Mediaset, le 8 risposte che Renzi deve ancora dare

IL PATTO. "Berlusconi e Renzi insieme alle elezioni"
NAZARENO TV. Berlusconi e Renzi

Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano

Matteo Renzi è uomo di umore e opinioni mutevoli. Due anni fa bollò così la nuova ferrovia Torino-Lione: “Non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione. Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male”.

Tre giorni fa a Parigi ha firmato con il presidente francese Francois Hollande l’accordo che dà il via all’opera, definendolo “un passaggio importante” ed esprimendo “soddisfazione”. Per evitare che anche sul caso Mediaset-Rai Way le parole le porti via il vento ed essere sicuri della fermezza delle opinioni espresse dal presidente del Consiglio in queste ore, gli rivolgiamo alcune domande.

1) IERI LEI HA ARRINGATO i giornalisti con un tono sprezzantemente pedagogico: “Credo che dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quelle che sono, non operazioni politiche ma di mercato. Per questo, perché il mercato sia rispettato occorre libertà e il rispetto delle regole. Il governo ha messo delle regole su Rai Way che non intende modificare. Sono regole giuste, quelle sul 51per cento, la discussione è finita qui”. Stiamo parlando di un’operazione in cui un soggetto privato tenta di comprare un’azienda da un venditore pubblico, la Rai, guidata da un consiglio d’amministrazione in cui siedono ex dipendenti o ex consulenti del gruppo compratore, per di più designati dal suo proprietario in veste di leader politico. Alla luce di ciò, conferma che si tratti di una mera operazione di mercato? Sì o no?

2) PROPRIO per la particolare composizione del Cda Rai, e per il fatto che a voler comprare le sue antenne sia il principale concorrente della Rai, non crede che l’operazione, di mercato o meno che sia, sia pesantemente condizionata dal conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi?

3) MEDIASET ha lanciato un’offerta sul 100 per cento delle azioni Rai Way, pur sapendo che le norme, da lei stesso ricordate, vietano alla Rai di cedere oltre il 49 per cento. Una strana operazione: un’offerta di acquisto che il venditore, stando a quanto lei dice, deve respingere per legge. Può confermare che la norma da lei fissata nell’ormai celebre Dpcm (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) è invalicabile? E se per caso la norma si rivelasse giuridicamente debole o aggirabile, il governo interverrà per consolidarne le basi? Sì o no?

4) DUE GIORNI FA nella prima nota di commento di palazzo Chigi si leggeva: “L’offerta pubblica per Rai Way conferma l’apprezzamento da parte del mercato della scelta compiuta a suo tempo dal governo di valorizzare la società delle torri Rai facendola uscire dall’immobilismo nel quale era confinata. La quotazione in Borsa si è rivelata un successo”. Dunque l’offerta di Mediaset dovrebbe renderla felice. Presidente Renzi, visto che vuole combattere l’immobilismo, possiamo stare tranquilli che nelle prossime settimane non cambierà idea anche sul 51 per cento di Rai Way come sul Tav? Sì o no?

5) LEI HA RICORDATO la regola del 51 per cento ma non ha detto niente sui progetti di Mediaset. I cittadini hanno il diritto di sapere che cosa pensa il premier dell’ipotesi che tutte le torri di trasmissione tv siano nelle mani di un solo editore televisivo in competizione con altri che usano le stesse antenne. A lei questa idea piace? Le sembra positiva per il progresso del Paese? Sì o no?

6) IL MERCATO DELLE TORRI di trasmissione tv non è regolato come quello della trasmissione di elettricità, della rete ferroviaria o delle telecomunicazioni. L’Antitrust dovrebbe vietare il monopolio risultante dalla fusione di EI Towers e Rai Way, anche se sottratto al controllo esclusivo di Mediaset e affidato a un condominio dei due giganti televisivi. Lei si opporrà al monopolio delle torri di trasmissione tv? C’è una forma di monopolio che è disposto ad ammettere, sotto determinate condizioni? Sì o no?

7) NELL’IPOTESI che Mediaset si rassegni al rispetto del limite del 51 per cento in mano pubblica e si accontenti di entrare in Rai Way fermandosi al 49 per cento delle azioni, lei sarebbe favorevole?

8) AL DI LÀ della contrapposizione tra operazione di mercato e operazione politica, evocata da lei e da organi e soggetti vicini a Mediaset, guardiamo le cose per quel che sono: un’azienda, Mediaset, fa un’offerta per comprare Rai Way, e un’altra azienda, la Rai, deve rispondere sì o no. Qui il governo è chiamato in causa non solo come arbitro che fa le regole, ma anche come azionista della Rai che deve prendere una decisione. Domanda: chi deciderà in ultima istanza, il cda Rai in scadenza o l’azionista, cioè il governo?

Salvini attacca. È scontro con Forza Italia

Matteo Salvini
Matteo Salvini (Ansa/Magni)

Marco Cremonesi per il Corriere della Sera

Forza Italia e Lega alla guerra dei nervi. La possibilità che i due vecchi alleati possano trovare il punto di incontro e tornare a correre insieme alle Regionali di maggio ancora non è del tutto tramontata. Eppure, la tensione è alta davvero, le schermaglie di giornata hanno toni sempre più rabbiosi.

E la necessità per il segretario leghista Matteo Salvini di mantenere i toni alti in vista della manifestazione di domani a Roma, non rende le cose più facili. Ieri il capo leghista ha detto che in caso di elezioni «domani», la Lega correrebbe da sola. La dichiarazione è stata accolta da scariche di fucileria da parte di tutto il partito di Silvio Berlusconi, oltre che del Nuovo centrodestra.

Il consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti ha osservato, tra l’altro, che la «mancata alleanza in veneto metterebbe in discussione anche l’esperienza della Lombardia», dove la giunta Maroni è sostenuta anche dai berlusconiani e dal Ncd. Dietro a Toti, sono partite le dichiarazioni fumanti di Mariastella Gelmini («Lasciarsi un cumulo di macerie alle spalle non significa avere davanti un futuro radioso») e Maurizio Gasparri («Salvini forse ha delle felpe senza il cappuccio. Con la testa al riparo dall’umidità ragionerebbe meglio»).

Poi, l’incidente sembra in qualche modo ridimensionarsi, e tutti i protagonisti sembrano tornare a maggiore cautela a partire da Salvini. Sennonché, ecco che dal Veneto parte un nuovo allarme. E cioè, che oggi lo stesso Toti e Deborah Bergamini possano presentare un candidato presidente di bandiera da lanciare contro Luca Zaia.

È un falso allarme, ma soltanto per il momento. Spiega ancora Toti che «oggi non sarà presentato alcun candidato. Noi siamo pronti a sostenere con grande lealtà la corsa di Luca Zaia con una geometria analoga a quella attuale. E cioè, con Forza Italia, Lega e Area popolare». Se però Salvini «insistesse con il suo no ai centristi, la settimana prossima dovremo però prendere decisioni diverse». Ma c’è la possibilità che gli azzurri sostengano l’eventuale corsa del sindaco di Verona Flavio Tosi contro Zaia? «Il nostro orizzonte non è quello.

Ma se il segretario della Lega ci costringesse a ricorrere alla bomba atomica… ».
Per quanto riguarda il fronte interno al partito che fu nordista, l’attesa è per il Consiglio federale di lunedì a Milano. È lì che tutto il movimento (inclusi quindi i suoi esponenti veneti) dovrebbero confermare Luca Zaia a candidato ufficiale alle regionali venete. A quel punto, dovrebbe essere lo stesso governatore a rivendicare la decisione su liste e alleanze. Ma la temperature intera resta alta.

Per esempio, ieri i sostenitori del governatore facevano notare che sul sito della Lega veneziana comparisse un’ampia pubblicità dell’iniziativa di ieri sera della fondazione di Flavio Tosi, «Ricostruiamo il paese».
Ma, appunto, domani è il giorno della manifestazione salviniana in Piazza del Popolo a Roma. Il programma prevede, oltre a un video messaggio di Marine Le Pen, il sostegno dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e anche quello del movimento della destra estrema CasaPound. Ma anche i centri sociali hanno annunciato la loro contromanifestazione.

Isis, «Individuato boia: è Emwazi, alias Jihadi John». Un informatico. «Informatore degli 007?»

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“Jihadi John” nel video prima di uccidere James Foley

E’ cittadino britannico, proveniente dal ricchissimo Kuwait, uno dei presunti boia dell’Isis comparso in diversi video di esecuzioni di ostaggi dello Stato islamico. Si chiama Mohammed Emwazi, alias “Jihadi John”, di 27 anni trapiantato a ovest di Londra dall’età di sei anni. La sua identità è stata rivelata dal Whashington Post e poi dalla Bbc che hanno avuto informazioni da parte dell’intelligence.

“Jihadi John” sarebbe stato scovato dalle autorità analizzando i video, le tracce vocali del suo perfetto inglese Uk, la postura corporale ma, soprattutto, gli occhi e le spesse sopracciglie che lascia trasparire dietro un passamontagna.

Studi in informatica con laurea alla University of Westminster, secondo l’intelligence sarebbe l’autore di alcune decapitazioni avvenuti per mano dell’Isis, compreso quello di James Foley, reporter statunitense del “Global Post” rapito in Siria nel 2012.

Che sia lui, lo conferma anche un suo stretto amico in una intervista al Washington Post: “Non ho alcun dubbio che Mohammed sia “Jihadi John”. “Era come un fratello per me. . . . Sono sicuro che è lui”, ha detto.

Emwazi ha origini kuwaitiane. La sua famiglia, sunnita e benestante, è emigrata in Gran Bretagna qualche tempo dopo l’invasione del Kuwait, 1991, da parte dell’Iraq di Saddam Hussein.

Il flusso dei "Foreign fighters" in Siria (Washington Post)
Il flusso dei “Foreign fighters” in Siria (Fonte: Washington Post)

Un uomo apparentemente “normale”, come milioni di musulmani che vivono nel vecchio continente. Ed è a Londra che è cresciuto insieme agli “infedeli” che lo hanno accolto e ospitato; ha frequentato scuole occidentali in quella che è la metropoli simbolo del multi-culturalismo e religioso nel mondo. Poi quel “filo” che legava Mohammed Emwazi al “West opulente” si è evidentemente spezzato.

Lui, sembrerebbe che avesse deciso di fare il “foreign fighters” per lo stato islamico e per questo voleva dedicarsi a “bonificare” dai miscredenti prima la terra somala, il “suo” Kuwait e poi altri paesi del Medio Oriente fino alla Siria dove è stato “ribattezzato” Jihadi John, lo jihadista duro e puro vocato a uccidere in nome di Dio.

Secondo Wp il suo vero nome era già noto all’Fbi e al MI5, il Secret Intelligence Service di Sua Maestà, ma gli 007 si sono sempre rifiutati di confermare i dettagli.

Il Senato degli Stati Uniti aveva messo su “Jihadi John” una taglia da 10 milioni di dollari pur di catturarlo per l’odiosa accusa di aver sgozzato una trentina di “infedeli” occidentali.

Il brutale omicidio di Foley
Il brutale omicidio di Foley

Emwazi detto “Jihadi John” era apparso per la prima volta nel video della decapitazione del giornalista Usa James Foley ad agosto 2014. Si pensa che l’uomo sia arrivato in Siria nel 2012 per abbracciare la causa della guerra santa jihadista.

Secondo il Wp nel 2010 Mohammed è stato arrestato dalle squadre dell’antiterrorismo britanniche mentre stava cercando di andare in Tanzania e Somalia. Ma proprio a questo proposito, a Londra, è scoppiato oggi un altro caso nel caso.

La sede dell'MI5 Secret Intelligence Service a Londra
La sede dell’MI5 Secret Intelligence Service a Londra

La commissione parlamentare per la sicurezza britannica, l’equivalente del Copasir in Italia, ha aperto un’inchiesta su notizie circolate giovedi sui media londinesi secondo le quali l’intelligence di Sua Maestà qualche anno fa arrestò appunto “Jihadi John” ma poi cercò di reclutarlo come informatore. Lui si sarebbe rifiutato e venne messo sotto stretta sorveglianza. Una notizia che se fosse accertata “getterebbe discredito sull’intelligence”, scrivono alcuni media.

Una situazione sfuggita di mano agli 007? Dopo le rivelazioni di Whashington Post resta comunque caccia all’uomo. Sul giovane “Jihadi John”, si stringe il cerchio, anche se le autorità britanniche dovranno “chiarire la posizione” della presunta cooptazione da parte dei James Bond di Sua Maestà.

Omicidio Biagi: Scajola e De Gennaro indagati per la mancata scorta al giuslavorista

Claudio Scajola
Claudio Scajola

Un’altra tegola giudiziaria per l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola. Insieme all’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, l’ex dirigente di Forza Italia è stato indagato nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta al giuslavorista Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002. All’epoca dell’omicidio di Biagi, Scajola e De Gennaro erano rispettivamente titolare del Viminale e capo della Polizia di Stato.

La prima inchiesta fu archiviata. La nuova fu riaperta nel maggio 2014 dopo la trasmissione a Bologna di nuovi documenti, in particolare appunti dell’ex segretario del ministro, Luciano Zocchi. Secondo quanto appreso dall’Ansa, l’avviso di garanzia è stato notificato a Scajola e De Gennaro, oltre che ai familiari del giuslavorista, assistiti dall’avvocato Guido Magnisi, in cui si chiede a una sezione speciale del tribunale di Bologna di interrogarli “per sapere se intendono o meno avvalersi della prescrizione”. L’inchiesta è del Pm Antonello Gustapane.

Da ciò che emergerebbe dai documenti di  Zocchi, l’ex ministro sarebbe stato “a conoscenza e consapevole delle minacce” cui era sottoposto l’autore del Libro Bianco sul Lavoro, Marco Biagi trucidato dalle Br.

Scajola e De Gennaro
Claudio Scajola, dietro Gianni de Gennaro (Ansa)

“Se qualcuno ha sbagliato nel togliere la scorta a Marco Biagi lo ha fatto per superficialità e certamente non per volontà”, afferma Luciano Zocchi, l’ex segretario di Claudio Scajola nella cui abitazione furono trovati dei documenti che hanno consentito la riapertura dell’inchiesta a Bologna. “Confermo tutto quello che ho detto fino ad oggi e tutto quello che sapevo l’ho raccontato ai magistrati che mi hanno ascoltato”, ha detto Zocchi.

L’ipotesi di reato per cui la procura bolognese aveva riaperto l’inchiesta e per cui Scajola è stato iscritto giovedi 26 febbraio 2015 nel registro degli indagati, è di “omicidio per omissione”, ipotesi di reato che sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo, quindi nel 2009.

Sempre nel 2002, dopo qualche mese dall’omicidio Biagi, l’ex ministro si era dimesso dal governo Berlusconi per aver pronunciato delle “frasi choc” che hanno destato molto clamore nel Paese. “Fatevi dire da Maroni (Lega, ex ministro dell’Interno) se (Biagi) era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”.

Altre dimissioni, nel 2010 quando da ministro dello Sviluppo economico fu costretto a lasciare per lo “scandalo” della casa al Colosseo meglio conosciuta come la “casa a sua insaputa”. Processato, il dirigente politico fu assolto perché il fatto non costituisce reato.

Appena qualche mese dopo l’assoluzione per la casa al Colosseo, a maggio 2014, Scajola viene arrestato dalla Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria con l’accusa di aver agevolato la latitanza dell’armatore ed ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena. Qualche settimana in carcere per poi essere trasferito ai domiciliari.

Proprio ieri Scajola era a Reggio Calabria all’udienza del processo che lo vede imputato insieme a Chiara Rizzo, moglie dell’ex parlamentare azzurro ancora latitante a Dubai.

I giudici del Tribunale di Reggio per l’occasione hanno ascoltato il vicequestore Leonardo Papaleo, che ha illustrato le indagini della Dia nei confronti dell’ex ministro Scajola e degli altri imputati accusati di inosservanza della pena dell’armatore parlamentare. Dopo mesi, Scajola ha incrociato per la prima volta la Rizzo. Tra i due, legati da vecchia amicizia, c’è stato un saluto formale con un “ciao”.

Pietrangelo Buttafuoco: Renzi finge di non essere di Sinistra per ingannare la Destra

Buttafuoco Pietrangelo
L’INTELLETTUALE. “In questo modo, il premier ha narcotizzato sia la destra che la sinistra. Se Berlusconi facesse le sue cose, saremmo pieni di girotondi”.

Goffredo Pistelli per Italia Oggi

Giornalista colto, saggista preparato e scrittore felicissimo, tanto aver rischiato di vincere il Campiello (nel 2005 con Le uova del drago, Mondadori), Pietrangelo Buttafuoco, 52 anni, catanese, è un intellettuale di destra.

Anche se sulla definizione ha molto da ridire: «Intellettuale decisamente no, piuttosto artista. E anche sul ‘di destra’, oggigiorno, ci sarebbe da discutere», dice al telefono mentre cammina per Roma, di cui si sente, in sottofondo, il traffico clacsonante.
Semplificazioni a parte, Buttafuoco è un interlocutore obbligato per capire se e come la destra, in questo Paese, possa ritrovare il filo di una presenza culturale e politica. Ora che il primo partito della sinistra, con Matteo Renzi, sembra capace erodere consensi, se non proprio da quelle parti, certo nelle zone limitrofe del moderatismo.

Buttafuoco, la destra in Italia è finita o può ritornare a rappresentare qualcosa?
Il ragionamento può essere ridotto a una brutale considerazione.

E qual è?
C’è un sentimento diffuso in questo Paese per cui gli Italiani sono naturaliter di sinistra.

Ma abbiamo sempre detto, che la destra o il centrodestra sono elettoralmente più numerosi, anche quando hanno perduto.
Lasci fare la rappresentanza politica, quella è ininfluente e d’altra parte non rispecchia anche semplicemente la produzione culturale, artistica di questo Paese e via dicendo.

E allora a cosa si riferisce?
A un atteggiamento dettato dal conformismo, che ha dato origine anche alle note battute di Totò e Peppino, del tipo: «E poi uno dice che si butta a sinistra», ha presente?

Certo e che significa?
Che in tutte le situazioni critiche, l’Italiano cerca l’uscita da sinistra. Persino nell’Italia del tinello, la mamma italiana trae maggior conforto dal fatto che il figlio si butti a sinistra, perché sa che li riceverà, se non una sinecura, un’agevolazione di carriera. Mi faccia ricordare Giovanni Guareschi.

A che proposito?
Quando uscì dal campo di prigionia tedesco, tornato al suo paese e pur essendo la stragrande maggioranza del popolo di sinistra, incontrando un amico, gli chiede: «Dove va il mondo?» E, all’altro, che risponde «a sinistra», lui replica: «Allora io vado a destra». Voglio dire che il coraggio storicamente non si addice a questa Italia nata dai lombi del badoglismo e che, con Renzi, raggiunge una dimensione perfetta.

Eccoci a Renzi, che lei nei suoi «riempitivi» sul Foglio punzecchia a ogni piè sospinto. Recentemente gli ha dato persino del «guappo, per la sua battuta contro Maurizio Gasparri. Perché Renzi incarnerebbe, secondo lei, questa dimensione per così dire furbetta?
Lo si capì bene quando Silvio Berlusconi, non oltre quattro mesi fa, riferito al presidente del consiglio ebbe a dire che avrebbe dovuto fingersi anche lui, Berlusconi dico, di sinistra. In quel modo si sarebbe salvato. Una voce dal sen fuggita, ammirata. Vede, Renzi miete successi anche in quella opinione pubblica italiota, dai tratti furbastri, lesti, con cui ci si guadagna la pagnotta del consenso.

Che cosa gli imputa?
Non sa governare, ovviamente ma gioca su un registro di ambiguità, fingendo con la destra di non essere di sinistra.

E questo paga?
Certo. Prenda la lettura dei giornali di oggi e la trasferisca sotto un qualsiasi governo Berlusconi: saremmo pieni di girotondi dappertutto.

Dice della riforma Rai, immagino.
Certo. Sotto il Cavaliere si sarebbe gridato allo scandalo. Invece il concerto della grande informazione è straordinariamente concorde: mai come oggi c’è un totale asservimento del giornalismo allo storytelling renziano. Pensi che la nomina di Federica Mogherini come Lady Pesc è stata fatta passare come operazione politica straordinaria da tutti. Ricordo solo un timido colonnino sul Corriere che esprimeva qualche dubbio sul fatto che fosse all’altezza.

Beh, non ItaliaOggi che, su questo punto, insiste dal primo minuto. E comunque, il Corsera è anche quello degli editoriali «sull’odore stantio di massoneria». Forse tutto questo renzismo della stampa non c’è?
Quell’editoriale non rappresenta il Corriere quanto piuttosto il suo autore, Ferruccio de Bortoli, che da tempo ha una posizione di anarca orgoglioso.

Senta, vengo dietro al suo ragionamento: siamo naturaliter di sinistra. Ma perché?
È un problema dell’identità italiana. Facciamo il paragone con la Francia.

Facciamolo.
L’identità di quel Paese è radicata sui valori della Rivoluzione francese, non c’è dubbio.
Però nella cultura transalpina, riconosciute in modo condiviso, ci sono opere come I dialoghi delle carmelitane di Georges Bernanos o figure come Andrea Chenier che vanno contro proprio quel pensiero. In Italia conosce un’opera della grande letteratura che vada contro la cosiddetta Resistenza?

No, in effetti.
Vado avanti. Il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto radicare l’avvio del suo settennato, con un discorso che ancora oggi è fondato sulla guerra civile.

Quando ha ricordato la liberazione dal nazifascismo?
Esatto. Ma capisce? È ancora l’armamentario ideologico e ancora la mancata pacificazione, è ancora la distinzione fra Italiani di serie A e di serie B, relegando questi ultimi nelle fogne.

Si dice che, con Mattarella, Renzi abbia vinto e che ora durerà a lungo. Chi o che cosa possono se non rilanciare, rianimare la destra di questo Paese?
Guardi che soltanto la realtà può dettare l’agenda della politica. L’italia vive la suggestione renziana, l’unico soggetto che fa opposizione a Renzi è la realtà. E dunque, solo chi si impossessa della lingua della realtà può provarci.

Lei, in passato, ha avuto giudizi positivi verso Matteo Salvini…
Fra tutti i soggetti, della destra o del centrodestra, l’unico che abbia saputo porsi è lui. E infatti, non solo macina sondaggi, fino arrivare al sorpasso su Forza Italia, ma è catalizzatore e magnete egemone in quel mondo. Ora, non riuscirà a battere Renzi però l’unica strategia interessante è la sua. E sua è la casa che possa essere incubatrice di una realtà politica per questi Italiani.

Nessuna fiducia in Forza Italia, intuisco…
Forza Italia è il partito di B., punto. Qualunque opposizione è risibile. E a destra non c’è null’altro, tranne lo sforzo di Gianfranco Fini che, l’altro giorno, dall’alto del suo 0,40% di consensi, ha dato del «residuale» a Salvini.

Salvini farà la sintesi?
Vede, la sintesi non può essere costruita fino in fondo da questo ceto politico, da questi dirigenti, da questi ex-parlamentari. Ci vorrà il coraggio e la volontà dell’elettorato e di una certa opinione pubblica. E comunque, questa è una storia a parte, non può essere conteggiata, misurata, secondo i parametri di neppure di un anno fa.

E quindi, non fanno nemmeno problema l’idea dello Stato nazionale, tipica della destra, accostata a quella federalista dei lumbard salviniani?
Ci sono fenomeni sulla scena internazionale che obbligano a ridiscutere tutto. C’è una crisi economica che spazza via ogni retorica.

Ma secondo lei, posto che è la realtà a dettare l’agenda, posto che il quadro è cambiato, quali sono, oggi, i valori in cui la destra possa riconoscersi?
La certezza del futuro. Ormai siamo arrivati al livello del Dopoguerra, come difficoltà economica, ed è difficile persino mettere a frutto le professionalità, siamo pieni di 50enni disoccupati. Problemi che non sono né di destra né di sinistra. Una crisi che sta sbranando le partite Iva: una volta erano lo zoccolo duro di Berlusconi e oggi sono il nuovo proletariato spinto nel precariato. Il self made man della mitologia berlusconiana rischia di diventare un disadattato metropolitano.

Renzi detta l’agenda, lei dice, i giornali adottano la sua narrazione, per così dire…
…e l’opinione pubblica è imbambolata come non mai…

E dunque, anche lei vede il premier come un uomo dei poteri forti?
Mah. Sicuramente Renzi non è italiano…

Prego?
Nel senso che non ha alcuna fedeltà al territorio sovrano di questo Paese.

Da cosa lo deduce?
Me ne sono reso conto da tante scelte, come quello di schierare l’Italia sulle sanzioni alla Russia, mettendo nei guai i produttori di scarpe marchigiani, quelli dell’alimentare veneto, quelli del Parmigiano. Capisce? Ha schierato l’Italia contro i propri interessi vitali.

Con Berlusconi non sarebbe successo?
Ma almeno, B. patì, soffrì la scelta di bombardare la Libia. Fu chiaro che lo face malvolentieri, lasciò capire che stavamo avallando il disastro. Quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. Ma le faccio un altro esempio.

Avanti.
Ho capito che non è italiano quando si è schierato contro la Web Tax spacciandola per tassa sugli smartphone. E io ho pensato ai librai.

E cioè?
Cioè che Amazon paga pochissime tasse su milioni di fatturato da testi italiani e il libraio qui all’angolo paga fino all’ultimo centesimo su poche migliaia di euro di incassi.

Sente puzza d’America anche lei, come qualcuno?
Più che altro sento puzza di «piritollo», come scrivo talvolta su Foglio.

I piritolli, ossia «i pierini profumati che alzano il dito»…
Esatto. Sono caricature della modernità. Niente a che vedere con gente come Bettino Craxi che la modernità la sbatté sul muso dell’America a Sigonella, partendo dal fatto che, sulla pista di un aeroporto italiano, comandino i Carabinieri e non i Rangers. E Craxi l’ha pagata, con quello che è venuto dopo.

Con Tangentopoli, intende?
Certo.

Torniamo a Renzi. Lei con lui è sempre all’attacco, non si fa problemi.
Intende chiedermi se sono preoccupato? No, tanto sono già un cane in chiesa su tutti i fronti. Sopporterò.

Mediaset Rai Way, Travaglio: "Il Nazarenzi"

Mediaset Rai Way, il NazarenziMarco Travaglio per il Fatto Quotidiano

Bella la battuta di Bersani: “Ora il Milan si comprerà l’Inter”. Ma un po’riduttiva: l’Opa di Mediaset su Rai Way è come se il Milan si comprasse tutte le altre squadre, la Lega Calcio, la Federcalcio e anche tutti gli stadi, le bandiere, le bandierine e naturalmente gli arbitri.

Con la differenza che B. la Rai la controlla già, avendo la maggioranza in Cda (do you remember Verro?), e anche in Agcom. Mediaset è sua. E ora, se va in porto l’assalto concordato alle antenne di Ray Way, messe sul mercato dall’apposito Nazarenzi, diventa sua anche la rete degl’impianti di trasmissione.

Come se uno solo possedesse Trenitalia, Italo e anche i binari. Completa il quadro l’annunciato acquisto di Rcs Libri, nell’ormai celebre operazione Mondazzoli. Qualcuno si domanderà: ma B. può prendersi Rai Way e Rcs legalmente o no? E, se sì, perché? La risposta è sì: può. Grazie alla legge Gasparri, la posizione dominante sul mercato mediatico-editoriale è sopra il 20% del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni), un contenitore che tiene dentro tutto: radio, tv, siti, audiovisivi, libri, cinema, pubblicità, sponsor, televendite, produzioni, abbonamenti ecc.

Così è impossibile arrivare al 20%. Infatti Fininvest è al 15 e rotti e Rizzoli sotto il 4: totale, meno del 20. Tutto lecito, grazie all’antitrust burletta della Gasparri. Idem per Rai Way: se Renzi mette sul mercato il 35% di un bene comune come le antenne Rai con la scusa di fare cassa, sa benissimo che l’unico soggetto che può comprarselo è Mediaset. Il sito del Fatto l’aveva scritto l’estate scorsa e Fico, presidente grillino della Vigilanza, l’aveva paventato a settembre. Ora Renzi finge di cascare dal pero e precisa che il 51% deve restare in mano pubblica.

Ma non può comunque impedire – per i meccanismi che spieghiamo a pagina 2 – che B. diventi socio della Rai, cioè del Tesoro, cioè dello Stato, almeno fino al 14% (anche se Mediaset punta al 66,7% per avere la maggioranza). Che è comunque una quota enorme e un conflitto d’interessi spaventoso: sia perché B. è un leader politico, sia perché Mediaset è il principale concorrente della Rai.

Ma anche qui è tutto lecito, grazie alla legge-barzelletta Frattini sul conflitto d’interessi. E chi ha lasciato in vigore la Gasparri e la Frattini, pur avendo giurato di raderle al suolo una volta al governo? Il centrosinistra fra il 2006 e il 2008 e dal 2013 a oggi.

E chi ha regalato a B. la maggioranza nel Cda Rai, preferendo infilarci un casiniano (De Laurentiis, subito convertito alla causa) anziché un dipietrista? Il Pd nel 2012. E allora che vanno cianciando i Bersani e altre vergini violate? Quando contavano qualcosa, non hanno combinato nulla, a parte inciuciare. Ora che non contano più nulla, fanno gli splendidi, i fini dicitori, con brillanti battute su Mondazzoli e Raiset.

Si oppongono con fiero cipiglio alle renzate, ma solo nelle interviste ai giornali, nei talk e nei tweet. Poi, quando potrebbero votare contro in Parlamento, si sciolgono come neve al sole. A furia di dare per morto B., sono morti loro. L’altroieri in Senato hanno deposto la pietra tombale sull’indipendenza della magistratura: la legge vergogna sulla responsabilità civile. Una schifezza incostituzionale che neppure B. aveva osato perpetrare.

Profittando del tema incomprensibile, troppo tecnico per “bucare” l’opinione pubblica, questa maggioranza senza pudore dà i magistrati in pasto ai loro imputati e regala ai grandi gruppi inquinatori, evasori, corruttori, mafiosi un’arma letale per intimidire qualunque giudice si occupi di loro e dei loro soldi sporchi, a colpi di cause civili senz’alcun freno (è abolito il filtro di ammissibilità dei tribunali), così da dissuaderli e comunque ricusarli per liberarsene.

Se la porcata fosse già stata in vigore negli anni 80, Falcone e Borsellino avrebbero dovuto difendersi non solo dal tritolo di Riina&C., ma anche da 475 cause civili, quanti erano gl’imputati del maxi-processo alla Cupola. Vien quasi da rimpiangere l’attacco frontale di B. ai magistrati: almeno lo vedevano tutti.

Le «7 vite» di Renato Brunetta, “l’Ottava” meraviglia della politica

Renato Brunetta Forza Italia
Renato Brunetta (Forza Italia)

All’indomani delle elezioni politiche del 2013 il presidente del Consiglio delle larghe intese “non doveva essere Enrico Letta ma Giuliano Amato”.

Lo ha rivelato l’ex ministro Renato Brunetta, in un’intervista a Panorama dal titolo “le mie 7 vite”. “Il nome condiviso – ha detto – era quello di Giuliano Amato. Ma saltò e l’errore più grande è stato quello di scegliere per il governo una delegazione del Pdl tutta espressione di Angelino Alfano. Il risultato si è visto”.

Nel colloquio con il settimanale, il capogruppo di Forza Italia ha affermato che è stato lui a volere la caduta di Mario Monti, il premier imposto dalla Troika nel famoso novembre del 2011 quando Silvio Berlusconi venne costretto alle dimissioni. “Ho intuito subito – spiega – il “grande imbroglio” di Giorgio Napolitano, mesi prima che si manifestasse. Poi si, insieme a Niccolo Ghedini e a Denis Verdini, ho convinto Berlusconi a togliere la fiducia a Monti”.

L’ex ministro della Funzione pubblica affronta anche il rapporto con Matteo Renzi e la nascita del patto del Nazareno. Secondo Brunetta è stato Renzi a “sedurre” Berlusconi. Un tentativo non riuscito con lui perché, spiega, “io sono sempre stato contro il premier abusivo. Lei non sa – ha detto rivolgendosi al giornalista Carlo Puca – quello che ho dovuto passare nei mesi scorsi, quando attaccavo Renzi molto più di Raffaele Fitto”.

Sul patto siglato nella segreteria del Pd col premier, il digigente azzurro sottolinea: “Quanto sangue abbiamo versato per il Nazareno”. Una “straordinaria intuizione che avrebbe potuto segnare una nuova fase della vita politica, con il riconoscimento reciproco tra centrodestra e centrosinistra. Renzi, per pure ragioni di bottega, ha buttato tutto all’aria”.

Nell’intervista, pubblicata sul sito dei deputati di Forza Italia, il capo dei parlamentari azzurri ricorda i contrasti con il “collega” economista, Giulio Tremonti, che sarebbe il presunto autore, insieme alla Lega, di “veti” sul nome di Brunetta per l’accaparramento “dei ministeri più importanti”.

Ma nel tempo, Tremonti “rimane fregato perché il mio ministero diventa presto il più popolare ed efficiente”. Ed è lì che emerge “il contrasto, duro, tra Berlusconi e Tremonti. Contrasto che portò al disastro”, e al declino inarrestabile di Forza Italia.

Mediaset ha lanciato l'Opa per comprare Rai Way. Polemiche: "Ecco il patto del Nazareno"

Rai WayEi Tower, società controllata del gruppo Mediaset che fa capo alla famiglia Berlusconi, ha lanciato un’Opa (Offerta pubblica d’acquisto) per comprare Rai Way dopo la sua quotazione in Borsa di qualche mese fa, ma dopo una giornata di polemiche è intervenuto palazzo Chigi con una nota nella quale afferma che il 51% delle torri di trasmissione Rai deve restare in mano pubblica.

PALAZZO CHIGI: “AZIENDA RIMANE IN MANO PUBBLICA”

“L’offerta pubblica per Rai Way – scrive l’esecutivo – conferma l’apprezzamento da parte del mercato della scelta compiuta a suo tempo dal governo di valorizzare la società delle torri Rai facendola uscire dall’immobilismo nel quale era confinata. La quotazione in Borsa si è rivelata un successo”.

Subito dopo arriva la precisazione di palazzo Chigi ricordando che, anche considerata l’importanza strategica delle infrastrutture di rete, un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2 settembre 2014 ha stabilito di mantenere in capo a Rai una quota nel capitale non inferiore al 51 per cento“.

BISCIONE PRONTO A SBORSARE 1.225  MILIARDI DI EURO

Ei Towers, società controllata da Mediaset col 40%, ha lanciato l’Opa su Rai Way, la società delle torri di trasmissione della Rai. L’operazione, che ha avuto l’assenso del Cda Mediaset, avrà un valore di 1,225 miliardi, circa 851 milioni in contanti e quasi 374 in azioni.

LA NOTA DI EI TOWER

“Per ciascuna azione ordinaria Rai Way portata in adesione all’Offerta – si legge in una nota di Ei Tower – l’offerente riconoscerà agli azionisti un corrispettivo rappresentato da una componente in contanti, pari a Euro 3,13 (corrispondente a circa il 69% della valorizzazione complessiva di ciascuna azione ordinaria Rai Way), e una componente azionaria, costituita da n. 0,03 azioni ordinarie EI Towers di nuova emissione (corrispondente a circa il 31% della valorizzazione complessiva di ciascuna azione ordinaria Rai Way) (congiuntamente, il “Corrispettivo”).

Sulla base del prezzo di riferimento delle azioni ordinarie EI Towers di ieri (pari a Euro 45,83), il corrispettivo esprime una valorizzazione pari a circa euro 4,50 per ciascuna azione ordinaria Rai Way e, pertanto, per ogni 100 azioni ordinarie Rai Way apportate all’Offerta, gli aderenti riceveranno euro 313,00 e n. 3 azioni ordinarie EI Towers di nuova emissione”.

Ei Towers vorrebbe creare “un grande operatore unico nazionale nel settore” ma che “continuerà a garantire l’accesso alle infrastrutture a tutti gli operatori radiotelevisivi, in modo indipendente, secondo termini trasparenti e non discriminatori”.

L’ANTITRUST: NO A POSIZIONE DOMINANTE

Intanto l’Antitrust valuterà l’Offerta di Ei Towers, controllata da Mediaset, su Rai Way “entro i termini” di legge, “al fine di verificare se l’operazione comporti la costituzione o il rafforzamento di una posizione dominante sul mercato nazionale, in modo da eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza”, scrive in un comunicato l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, nella quale si precisa che” l’Autorità ha ricevuto da Ei Towers la “notifica preventiva dell’operazione di concentrazione consistente nell’acquisizione del controllo esclusivo di Ray Way”.

LE REAZIONI

Dure le polemiche politiche attorno all’operazione Ei Tower Ray Way. C’è chi non lesina critiche pesanti come il Movimento Cinque Stelle che parla di un “Patto del Nazareno televisivo“. Lo stesso sospetto che il capogruppo Sel alla Camera Arturo Scotto: “Lanciamo un allarme: non vorremmo che quel patto del Nazareno uscito dalla porta rientrasse dalla finestra”.

“L’offerta di Mediaset appare poco comprensibile, – afferma il deputato del Partito democratico e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi. – il governo è stato chiaro su Rai Way: la quotazione in borsa è stata vincolata alla cessione di una quota non superiore al 49%, il controllo delle torri del servizio pubblico resta saldamente in mano pubblica”.

“Se andasse in porto determinerebbe una concentrazione tale da mettere a rischio anche la libertà di informazione”, attacca l’Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, che chiede di “regolare definitivamente i conflitti di interesse”.

Per la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso con l’operazione di oggi “si ripropone il tema della concentrazione anziché quello dell’investimento sull’informazione pubblica”.

“Prima Mondadori-Rcs, poi Mediaset-Raiway: ora aspetto che il Milan compri l’Inter”, commenta con ironia l’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Universo, scoperto nuovo gigantesco "quasar", una massa cosmica 420mila miliardi di Soli

quasar
Il quasar SDSS J0100+2802 è quello con il buco nero più massivo e con la maggiore luminosità tra tutti i quasar distanti oggi conosciuti. Crediti: Zhaoyu Li/Yunnan Observatory

E’ il nuovo Quasar. Si tratta di una una delle più importanti scoperte cosmiche da quando esiste il telescopio. Un gigantesco “buco nero” con una massa luminosa 12 miliardi di volte quella del Sole e nato all’alba dell’Universo, è stato scoperto da Xue-Bing Wu – professore di astronomia all’Università di Pechino – a capo di un gruppo internazionale di scienziati.

A una distanza di 12,8 miliardi di anni luce, riferisce media.inaf.it, questa “massa nera” definita dagli astronomi SDSS J0100 + 2802 è il più brillante quasar mai scoperto nell’Universo primordiale ed è alimentato da un “buco nero” di ben 12 miliardi di masse solari, ossia 420 mila miliardi di soli. Una dimensione cosmica inimmaginabile, sviluppatasi circa un miliardo di anni dopo il Big Bang.

“La formazione di un buco nero così grande e così precocemente – ha spiegato Fuyan Bian, dell’Università Nazionale Australiana e che ha partecipato al lavoro – è difficile da interpretare sulla base delle teorie attuali”.

Si tratta di una massa formatasi nelle prime fasi di formazione dell’Universo e risulta ad oggi il più “brillante” oggetto antico mai conosciuto e teoricamente, secondo le attuali conoscenze, “impossibile” da scoprire.

Il mistero da risolvere è infatti capire come possa essere cresciuto così rapidamente: “dovrebbe aver divorato – ha spiegato Adriano Fontana, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) – l’equivalente della Grande Nube di Magellano, una galassia nana compagna della Via Lattea, in appena qualche centinaio di milioni di anni!”.

quasar“La scoperta del quasar SDSS J0100 + 2802 – scrive il notiziario di Astrofisica – segna un importante passo avanti nella comprensione di come questi oggetti celesti, le più potenti “centrali energetiche” dell’Universo, si sono evoluti nelle prime fasi di sviluppo del cosmo, solo 900 milioni di anni dopo il Big Bang.

Ovvero, in prossimità della fine di un importante evento cosmico che gli astronomi chiamano “epoca della reionizzazione”: quando cioè la radiazione prodotta dalle prime stelle ionizzò l’idrogeno neutro che permeava l’universo, rendendolo nuovamente “trasparente” alle onde elettromagnetiche”.

scoperto nuovo quasar“Dalla scoperta del primo quasar, nel 1963, siamo oggi arrivati a individuare oltre 200.000 di queste potentissime sorgenti, molte situate a miliardi di anni luce da noi e circa quaranta a oltre 12,7 miliardi di anni luce. La radiazione di questi ultimi è stata emessa quando l’universo aveva meno di un miliardo di anni”.

La sensazionale scoperta, pubblicata nell’ultimo numero di Nature, è stata realizzata combinando i dati raccolti dal telescopio da 2,4 metri di diametro Lijiang (LJT) nello Yunnan (Cina), il Multiple Mirror Telescope da 6,5 metri (MMT), il Large Binocular Telescope (LBT) in Arizona (USA), il Magellan Telescope dell’Osservatorio di Las Campanas in Cile e, infine, il telescopio Gemini North da 8,2 metri sul Mauna Kea, Hawaii.

Salvini sotto il Campidoglio: "Marino a casa". Contestato da Sel

Matteo Salvini a Roma
Matteo Salvini a Roma

Il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, scende in piazza a Roma con una manifestazione organizzata in piazza del Campidoglio, proprio sotto gli uffici del sindaco della Capitale, Ignazio Marino.

“Roma deve avere un sindaco migliore di Marino”, ha detto il leader del Carroccio. “Spero di aiutare i romani a riprendersi la loro città – ha aggiunto – perché Marino è una calamità”.

I leghisti hanno srotolato due manifesti con scritto “Marino a casa” e “Marino clandestino”. Salvini è stato contestato da una decina di attivisti di Sel tra cui alcuni intellettuali. “Salvini a casa! Via i razzisti dalla Capitale”, si legge su uno striscione che i manifestanti hanno esposto proprio sotto la statua del Marco Aurelio.

Il leader del Carroccio ha risposto mandando baci ai manifestanti. “Sabato pomeriggio – ha detto – in piazza del Popolo a Roma ci sarà tanta gente tranquilla che vuole un’Italia e un’Europa diverse da quelle prospettate da Renzi e Alfano. Chi vuole, ha il diritto di organizzare una contro manifestazione, ma lo faccia pacificamente”, ha detto successivamente Salvini, definendo i contestatori “quattro disadattati”.

Matte Salvini contro Marino (Ansa)
Matte Salvini contro Marino (Ansa/Peri)

“Tre scemi hanno libertà di fare quello che vogliono – ha spiegato Salvini – ma se uno vede fascisti ovunque ha dei problemi”. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in una lettera aperta ai deputati e ai senatori del Pd, scrive tra l’altro: “mentre altri si dividono, altri fanno ostruzionismo, altri scendono in piazza con piattaforme ispirate alla destra xenofoba e populista europea, noi siamo quelli che devono riportare l’Italia a crescere. E’ una grande responsabilità”.

La manifestazione di Roma è anche al centro di polemiche nella Lega. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi aveva fatto sapere di non avere intenzione di manifestare a Roma. Salvini in una intervista gli aveva risposto: “Chi viene pagato dalla Lega deve venire, punto!”. Replica Tosi che afferma: “Io non sono pagato da nessuno”.

Matte Salvini contro Marino (Ansa)
Matte Salvini contro Marino (Ansa)

Una querelle che ha inasprito i rapporti tra Tosi e il candidato leghista in Veneto, Luca Zaia (sostenuto da Salvini e Maroni) che potrebbe rischiare di vedersi proprio il suo collega di partito come competitor alle elezioni regionali di maggio. Forse, in alleanza col Ncd.

Secondo alcuni sondaggi (Ixè e Piepoli) la Lega sarebbe tra il 13,8 e il 16%, al netto però del movimento in azione al Centro Sud (Noi con Salvini) che Ixé dà tra il 7 e il 9,5 percento.

Terrorismo, il capo della Polizia Pansa: "Rischio elevato"

Il capo della Polizia Alessandro Pansa
Il capo della Polizia Alessandro Pansa

Per l’Italia c’è un “fattore di rischio terrorismo molto più accentuato” rispetto a quello di altri paesi Ue. Lo ha affermato il capo della Polizia Alessandro Pansa in audizione alle commissioni parlamentari riunite.

Il capo della Polizia ha sottolineato come il nostro Paese sia “più esposto rispetto al passato” al terrorismo jihadista. Questo perché “i teatri di guerra sono molto più vicini a noi” e perché c’è una forte “complessità dello scenario degli attori coinvolti”.

E’ “massima l’allerta, in particolare nei porti e in aeroporti”. “I controlli – afferma Pansa – sono aumentati e ci sono piani specifici che abbiamo adottato per alcuni voli”. Quanto al recente allarme di possibili infiltrazioni di jihadisti sui barconi di immigrati, Pansa ha spiegato che “il parallelismo tra immigrazione e terrorismo non ha nessuna ragion d’essere, ma è una eventualità che non si può escludere a priori”.

L’immigrazione – ha ribadito in seguito il capo della Polizia, davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, riunito a palazzo San Macuto – non si sviluppa “soltanto via mare nel canale di Sicilia, ma anche per “rotte terrestri”. “Siriani e cittadini del Corno d’Africa sono giunti da noi e in altri paesi dell’Ue fuori dall’ambito di Shengen”, fattore, ha riferito il capo della Polizia italiana, che “ha fatto crescere l’uso di documenti falsi”.

“In Libia – ha sottolineato Pansa – c’è un complessità”Due governi, uno legittimo e l’altro no, uno scontro interno tra diverse fazioni e milizie. Ci sono una enormità di soggetti che operano e tutto ciò che in quel territorio transita è di loro interesse”.

VIDEO DELL’AUDIZIONE DI ALESSANDRO PANSA AL COMITATO DI CONTROLLO DEI FLUSSI MIGRATORI

“Sicuramente, e io non sono in condizioni di escluderlo, anzi credo abbastanza probabile, che anche le organizzazioni terroristiche siano entrate in una parte delle filiere del traffico e delle rotte dei trafficanti di esseri umani, non fosse altro perché è un business sicuramente molto lucroso e tutte queste organizzazioni hanno bisogno di finanziarsi. Abbiamo notizie precise – sia dai migranti interrogati dopo essere sbarcati sia dalle conseguenti attività investigative – sul fatto che i trafficanti costringono i migranti a imbarcarsi sotto la minaccia delle armi”.

In riferimento ai combattenti che abbracciano la causa dell’Isis, il direttore del Dipartimento della pubblica sicurezza ha affermato che “sono tornati alcuni foreign fighters, sono pericolosi e l’attenzione su di loro è massima”. Il capo della Polizia, rispondendo a una domanda del presidente Laura Ravetto ha detto che circa “60 sono stati individuati in Italia e sappiamo dove stanno. Cinque sono italiani, due di loro hanno doppia nazionalità, gli altri sono di origine straniera che hanno a vario titolo rapporti con l’Italia. Sono soggetti a forme di attenzione e controllo da parte della nostra intelligence”.

“Abbiamo rapporti – ha aggiunto Pansa – con le comunità islamiche, per facilitare i rapporti con le istituzioni ed evitare massimalismi che non vogliamo”. “La pericolosità di quello che si addestra sul campo”, ha proseguito Pansa, sta nel fatto “che impara a sparare in maniera più efficace ma è anche facile da individuare; chi si addestra da solo, invece, è più pericoloso e difficile da trovare”.

Il capo della Polizia ha riferito di aver parlato con il direttore di “Frontex” sollecitandolo a sforzi maggiori. Inoltre, “abbiamo bisogno di aumentare il personale e vedremo quali sono le modalità migliori per farlo”. Di certo, “servono più uomini in campo, che non siano impegnati in attività burocratiche e amministrative”. Per quanto riguarda la razionalizzazioni dei presidi di polizia, ha poi spiegato Pansa, “tende a migliorare l’efficienza degli uffici, non ha niente a che vedere con il terrorismo”.

Intanto è di ieri la notizia sull’allarme legato al terrorismo islamista che si estende anche alla Puglia: nel mirino dei jihadisti c’è il porto di Bari. Lo sostiene la Direzione Nazionale Antimafia nel suo rapporto annuale avanzando “l’ipotesi inquientante” che il porto pugliese venga utilizzato “come porta d’ingresso in Italia da terroristi desiderosi di infiltrarsi nel nostro Paese” con il possibile aggancio della potente Sacra Corona Unita. Sotto la lente della Direzione nazionale antimafia ci sono anche i porti calabresi di Gioia Tauro (il più grande approdo del Mediterraneo) e quello di Corigliano Calabro.

Google evade 320 mln in Italia. Big G smentisce Corsera su accordi col fisco. Ma procura ammette indagini penali

Google nel mirino della magistratura italianaGoogle restituirà 320 milioni di euro al fisco italiano. Pronto accordo tra Big G e pm. E’ apparsa così la notizia in prima sul Corsera che stamane ha scritto di una “pace” milionaria per tasse eluse “su 800 mln che riconosce come imponibile prodotto in Italia in 5 anni”.

Ma la notizia di un accordo è stata smentita sia da “Big G” sia, in parte, dalla procura milanese la quale, tuttavia, ammette che saranno tratte conclusioni “anche sul piano penale” per la presunta maxi evasione di Montain View.

“La notizia non è vera, non c’è l’accordo di cui si è scritto. Continuiamo a cooperare con le autorità fiscali”, afferma un portavoce di Google tentando di smentire la notizia del Corriere secondo cui il gigante di Internet avrebbe raggiunto un’intesa con il fisco italiano per versare le tasse dovute su un imponibile di 800 milioni, relativo al 2008-2013 per circa 320 milioni di euro. Secondo il quotidiano, “i profitti per la raccolta pubblicitaria in Italia venivano registrati alle Bermuda e in Irlanda”.

Il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in una nota precisa che “allo stato della attività di controllo non sono state perfezionate intese con la società, che si è riservata di fornire dati ed elementi che consentano di quantificare la redditività in Italia delle proprie attività economiche”.

“All’esito dei controlli, – dice il procuratore capo – che interessano le annualità dal 2008 al 2013 “saranno tratte le valutazioni conclusive sia sotto il profilo fiscale che sotto il profilo della qualificazione penale”.

La notizia pubblicata dal quotidiano di via Solferino è comunque fondata, sebbene non vi siano accordi “perfezionati” o sottoscritti. Google “ha evaso centinaia di milioni di euro” e sta “trattando” con tutta calma con lo Stato italiano ciò che non è consentito a piccoli imprenditori e famiglie. Equitalia non pignorerà mai il “gigante americano”.

Grecia, l'Europa dice sì agli aiuti: "Ma ora servono più impegni"

Il ministro delle finanze della Grecia Yanis Varoufakis con il premier Alexis Tsipras
Il ministro delle finanze della Grecia Yanis Varoufakis con il premier Alexis Tsipras

Marco Zatterin per La Stampa

Nessuna sorpresa, molte riserve. Le tre istituzioni precedentemente note come la «Troika» – Bce, Fmi e Ue – sostengono che il piano di riforme del governo Tsipras è un insieme di buone ragioni per estendere il programma di finanziamenti alla Grecia che scade sabato e per scongiurare il pericolo di una bancarotta ellenica.

È un «sei politico» per quella che è un’ambiziosa lista della spesa priva di numeri, un giudizio di incoraggiamento segnato da dubbi ragionevoli che imporranno verifiche sino a giugno, tempo nel quale Atene vorrebbe negoziare un nuovo «bailout», il terzo, un «contratto». «Non ci sono proposte concrete su crescita e stabilità finanziaria, fatto comprensibile dato il tempo a disposizione – ammette Mario Draghi -. Però è una base evidente per proseguire nella revisione del piano e pensare ad intese future».

Si è deciso di non stangare il giovane governo greco, di dargli ossigeno e sperare che serva. La formula concordata fra «le istituzioni» è che l’elenco da 7 miliardi spedito da Atene poco prima della mezzanotte di lunedì è «sufficientemente ampio per essere un valido punto di partenza per una revisione positiva del programma», ossia ci sono gli elementi per mantenere intatto il filo del salvataggio greco.

Ognuna delle parti trova però qualcosa da ridire sui 12 capitoli della promessa rivoluzione fiscale, economica e amministrativa della repubblica ellenica. Incertezze pesanti La frase conclusiva scritta dai ministri dell’Eurogruppo dopo la riunione postprandiale in teleconferenza è diplomatica e ricca di significati: «Chiediamo alle autorità greche di sviluppare ulteriormente e ampliare la lista delle riforme, basandosi sugli accordi in vigore, e in piena intesa con le “istituzioni”».

La Bce ci aggiunge un «rapidamente» e ricorda che la piattaforma per il futuro deve essere il programma esistente. E il Fmi sottolinea che questo non basta per la revisione del programma che scade nel maggio 2016: bisognerà negoziare ancora per andare avanti con i pagamenti in arrivo da Washington.
Venerdì l’Eurogruppo ha chiesto alla Grecia, come condizione per poter continuare ad avere i prestiti per rinnovare i 320 miliardi di debito, di dimostrare di essere sulla strada delle riforme.

Con un giro di parole, e spinta dai duri tedeschi e spagnoli, si è domandato a Tsipras di accettare il vecchio programma del 2012 con qualche maquillage, a saldi invariati. Per un governo che aveva giurato «no all’austerità» sarebbe una spinta indietro, se non che il linguaggio è talmente sfumato da consentire a tutti di dire «abbiamo vinto».

Il piano del governo greco dice tutto quello che deve. Parte con la riforma dell’Iva e della tassazione collettiva, dal consolidamento dell’agenzia delle entrate. Segue l’impegno al riequilibrio del bilancio, la riforma della pubblica amministrazione e una spending review che corregga una situazione in cui appena il 44% della spesa riguarda salari pubblici e pensioni.

Questo introduce un’offensiva contro i baby pensionati e un approccio più contributivo per i vitalizi. C’è poi la lotta alla corruzione, il taglio dei ministeri da 16 a dieci, quello dei fringe benefit e i fondi per la politica. Si intensifica il recupero delle tasse e si proteggono i deboli che non riescono a pagarle. Avanti con privatizzazioni, riforma del lavoro e del catasto, interventi contro la povertà. Per ora nessuna traccia della ventilata tassa patrimoniale.

Il voto dei parlamenti E adesso? Mica è finita. Quattro parlamenti devono votare l’estensione, i tedeschi lo faranno venerdì, non senza mal di pancia. Mercati positivi, Borsa ateniese vola del 10%. Che si godano la festa. Il capitolo Troika è chiuso, mentre le «istituzioni» devono verificare i propositi greci per decidere sul pagamento della tranche da 7,2 miliardi, ultima del secondo piano di aiuto da 172 miliardi firmato nel 2012 che si chiude il 28. Il confronto in materia, assicurano ad Atene, è già avviato.

Rai, Renzi punta sul ddl. Testo pronto in 10 giorni. I dubbi del Colle sul decreto

La presidente Rai Anna Maria Tarantola con il dg Luigi Gubitosi
La presidente Rai Anna Maria Tarantola con il dg Luigi Gubitosi

Goffredo De Marchis per La Repubblica

Alla fine non sarà un decreto a cambiare la Rai. È stata una minaccia utile a smuovere le acque ed ad accelerare i tempi, visto che a maggio scade l’attuale consiglio di amministrazione della tv pubblica. Il governo sceglierà la via del disegno di legge e lo farà nei tempi promessi da Matteo Renzi presentandolo entro marzo, quasi sicuramente in occasione del consiglio dei ministri del 6.

Non sarà un decreto anche perché dal Quirinale sono filtrati i dubbi, le perplessità del presidente Sergio Mattarella. Non ci sono i motivi di necessità e di urgenza: Viale Mazzini non vive una crisi finanziaria e i suoi vertici possono essere prorogati di qualche mese in modo da nominare i nuovi con criteri diversi da quelli fissati nella Gasparri. Riflessioni che il capo dello Stato, per vie informali, ha fatto arrivare a Palazzo Chigi. Anche il premier ha spiegato il senso dell’ipotesi- decreto: «Contro l’ostruzionismo delle opposizioni è l’unico strumento a disposizione ». E i pericolo del percorso naturale della legge sono evidenti.

Tutte le forze politiche infatti a parole vogliono cambiare la governance del servizio pubblico, liberarlo dai partiti e dalla lottizzazione. Insomma, modificare la Gasparri. Finora però alla Camera è stata depositata una sola proposta di legge, firmata dal Pd Michele Anzaldi. Niente da parte di Lega, Sel o Forza Italia. Niente da parte dei movimento 5stelle che pure ha la presidenza della commissione di Vigilanza ed è entrato in Parlamento con l’idea di scardinare Viale Mazzini. Come se le forze politiche in realtà fossero soddisfatte della legge attuale. «Così sarebbe finita con la nomina dei nuovi vertici con le vecchie regole – spiega Anzaldi – . La voce del decreto è servita a svegliare tutti».

La voce scatena comunque le reazioni. «La riforma della Rai avverrà tramite decreto se ci sarà ostruzionismo parlamentare », dice il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, azionista al 95 per cento della tv pubblica. La presidente della Camera Laura Boldrini invece avverte: «Non c’è motivo per un decreto. Mancano i requisiti di necessità e urgenza». Una posizione che fa alzare il muro dei renziani. Il vicesegretario Lorenzo Guerini consiglia di rileggere la Costituzione: «Sul decreto decide solo il capo dello Stato.

La valutazione sulla necessità e urgenza di decreti legge spetta a lui e a nessun altro. Con tutto il rispetto, la responsabilità di Laura Boldrini è oggi quella di presidente della Camera e non di presidente della Repubblica. A chi difende la presidente suggerisce «un breve ripasso serale di diritto costituzionale ad uso della sinistra radicale che difende la Carta ma non la ricorda».

Ernesto Carbone attacca: «Qualcuno spieghi a Laura Boldrini che é la Presidente della Camera e quali sono le sue funzioni e le sue responsabilità». Padoan però difende anche l’attuale vertice di Viale Mazzini. Giudica ottimo il piano per la riforma dell’informazione varata dal direttore generale Luigi Gubitosi. Un piano che sarà all’esame del cda Rai giovedì per essere votato entro marzo. È giallo però dentro il governo perché il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli sostiene che le dichiarazioni del titolare di via XX settembre vanno considerate un equivoco.

Il disegno di legge che andrà in consiglio il 6 marzo fisserà le nuove regole di nomina degli amministratori Rai, sottraendo il controllo ai partiti e al Parlamento. Ma ci sono alcuni puntichiave da precisare. La proposta Anzaldi per esempio affida a una Fondazione la scelta dei consiglieri e dell’amministratore unico. Però non è facile trasferire le azioni dal Tesoro al nuovo ente. Quindi il governo manterrà un potere di nomina diretto? Sarà questo il terreno di scontro tra le opposizioni e Renzi?

Va definita anche la divisione dei ruoli tra presidente e consigliere delegato. È possibile che il primo abbia una ruolo più editoriale ovvero di gestione del prodotto e il secondo si occupi maggiormente dei conti e del coordinamento finanziario dell’azienda. Sono questi i dubbi mentre il cda sicuramente verrà ridotto da 9 a 5 membri. Comunque il disegno di legge affronterà in maniera diretta la sola questione della scelta dei vertici, ovvero la parte più urgente dell’intervento sulla televisione di Stato. Ad aprile infatti il cda approverà il bilancio e scadrà un mese dopo quel voto, a maggio. Renzi punta ad approvare la riforma entro luglio, prorogando di soli due mesi Tarantola e Gubitosi. Un intervento sulla mission dell’azienda avverrà invece a fine anno quando l’esecutivo interverrà sul contratto di servizio.

Elezioni regionali Veneto. Secessione in casa Lega. Tosi con un piede fuori

elezioni regionali veneto, scontro nella Lega
Da sinistra Salvini, Tosi e Zaia (Ansa/Percossi)

Fabrizio de Feo per il Giornale

La guerra fratricida con Zaia per la candidatura a governatore del Veneto sta raggiungendo il culmine. Salvini: «Chi non è d’accordo con me può andarsene». Scontro totale. A pochi giorni dalla manifestazione romana di Piazza del Popolo, la disfida fratricida tra Luca Zaia e Flavio Tosi per la candidatura a governatore del Veneto, arriva al redde rationem.

«Zaia non si tocca. Chi vuole discutere uno dei governatori leghisti più amati di sempre lo fa fuori dalla Lega» attacca Matteo Salvini. «Se Tosi dà una mano a Zaia fa il suo mestiere, se ha altre idee lo dica», aggiunge. «Non esiste nessuna doppia candidatura, il candidato era ed è Zaia, chi non è d’accordo ha un mondo davanti a sé, che non è in Lega».

Insomma un chiaro invito a prendere la porta, anche se a precisa domanda su una possibile espulsione il segretario del Carroccio resta prudente: «Io non espello nessuno», ma «è qualcuno che eventualmente si autoesclude, chi non sostiene Zaia, sostenga la Moretti, Passera, sostenga Alfano». Salvini pizzica Tosi anche sulla sua possibile assenza alla manifestazione di sabato. «Ma come? In tanti perderanno la domenica di riposo e si alzeranno prima dell’alba.
Vieni. Punto. Poi discutiamo della Regione».

Parole dure arrivano naturalmente anche da Zaia che liquida come «abominevole» l’ipotesi di una discesa in campo di Tosi. A difesa del governatore uscente anche il sindaco di Padova, Massimo Bitonci: «La Liga veneta è forte come non mai, unita e si riconosce in Salvini e in Zaia. Non vedo alcuno scontro fra Lombardia e Veneto. L’unica frattura, purtroppo evidente, è quella fra un singolo esponente, impegnato in una lotta personale che non convince nemmeno i suoi fedelissimi, e il resto del movimento». Più morbido il giudizio di Roberto Maroni.

«Lo stimo, gli sono amico, ma non può mettersi contro Zaia. Sarebbe un errore gravissimo per lui e per la Lega».
La replica di Tosi è secca e circostanziata. «Se Salvini decidesse di espellermi? Spetta al consiglio federale, in ogni caso ognuno si assume le sue responsabilità. Dicevano che ero fuori dalla Lega perché ero contro la secessione, adesso nessuno è più secessionista». Regionali perse? «Non è detto, magari si candida Topo Gigio con una lista civica di centrodestra e diventa presidente della Regione».

Tosi, insomma, non indietreggia, e apre sulla partecipazione alla manifestazione romana: «Ho impegni istituzionali nella mia città e devo vedere la compatibilità, ma siccome c’è chi strumentalizza… e non parlo di Salvini, farò l’impossibile per esserci. Io dormo 4-5 ore a notte per lavorare, e poi c’è chi fa polemica, non è sul territorio e prende un pacco di soldi perché riveste ruoli istituzionali. Questa gente dovrebbe solo vergognarsi».

Per lunedì è stato convocato il consiglio federale della Lega Nord. Tra i punti all’ordine del giorno l’analisi dell’esito della manifestazione «Renzi a casa» e la questione delle Regionali. Una riunione durante la quale l’anima veneta del movimento più vicina a Luca Zaia è determinata a chiedere il commissariamento di Tosi, alla guida della Liga da due anni e mezzo. A maggior ragione se il sindaco di Verona non parteciperà alla manifestazione di sabato.

C’è anche la questione delle liste civiche da affrontare. Tosi da tempo, con la sua Fondazione «Ricostruiamo il Paese» ragiona sull’embrione di un progetto di una Lega più moderata, una Lega di governo, partendo dal presupposto che i toni di Salvini possono portare a una fiammata, ma non potranno mai rendere il Carroccio competitivo per la vittoria.

Diversa anche la sua idea delle alleanze, con un approccio meno improntato alla «purezza leghista» e più a una logica di coalizione. di Fabrizio de Feo Roma Gli anni che Flavio Tosi, 46 anni, ricopre la carica di sindaco di Verona. Eletto il 29 maggio 2007 è stato poi rieletto per un secondo mandato il 7 maggio 2012 Gli onorevoli fra Camera e Senato sui quali può far conto la Lega in Parlamento. Lo stesso Matteo Salvini alle Politiche 2008 è stato eletto deputato. Oggi è a Bruxelles.

Caso Lanzetta, le contraddizioni e il ring del Pd calabro

Maria Carmela Lanzetta saluta Rosy Bindi
Maria Carmela Lanzetta saluta Rosy Bindi

Enrico Fierro per il Fatto Quotidiano

Si potrebbe titolare alla Carlo Emilio Gadda, “quel pasticciaccio brutto dell’Antimafia e della Lanzetta”. Nel senso di Maria Carmela, ora di nuovo farmacista nella sua Monasterace (Calabria), ieri ministro della Repubblica voluta da Matteo Renzi, spedita in Calabria con l’obiettivo di entrare nella giunta regionale di centrosinistra, e disoccupata della politica dopo aver detto no a quel posto per la presenza ingombrante di un assessore.

Andiamo con ordine. L’altro giorno a Catanzaro arriva la Commissione antimafia e Rosy Bindi parla del caso Lanzetta. L’ho convocata tempo fa, dice la presidente, dopo una sua intervista al Corriere della Sera. L’ex ministra verrà sentita domani alle 8,30, l’intervista è del 2 novembre 2014, l’autore chiede alla Lanzetta notizie sulle minacce ricevute dalla ‘ndrangheta.

E lei, continua Rosi Bindi, risponde che no, di ‘ndrangheta non ha mai parlato. Mistero da chiarire. “Siccome era diventata un simbolo delle sindache anti-‘ndrangheta – aggiunge la Bindi -, e siccome in questa terra non è l’unico caso di contraddizione, la vicenda Girasole (sindaco antimafia di Isola Capo Rizzuto, poi finita in una inchiesta, ndr) insegna, io credo che la Commissione antimafia debba capire se una persona è oggetto di minacce da parte della ‘ndrangheta oppure no. Mi deve spiegare il prima e il dopo”. Tutto normale?

Non proprio. Quando era sindaco, a Maria Carmela Lanzetta bruciarono la farmacia di famiglia e spararono colpi di pistola alla sua macchina. In quel periodo calarono a Monasterace Pisanu, presidente dell’Antimafia, De Sena, allora deputato del Pd, Bersani.

A credere che quegli attentati avessero una chiara matrice mafiosa, fu la magistratura che affidò le indagini non alla procura ordinaria, ma alla distrettuale antimafia. Ma Rosi Bindi vuole capire se ci troviamo di fronte ad una “contraddizione”, o, peggio ancora, se c’è altro, tanto che si spinge a fare il paragone con l’ex sindaca Carolina Girasole.

L’Antimafia sa qualcosa sulla Lanzetta che l’opinione pubblica ignora? Se sì, siamo di fronte ad una notizia eclatante, perché quel “qualcosa” riguarda un ex ministro all’epoca scelto direttamente da Matteo Renzi proprio per le sue caratteristiche: donna e schierata contro la mafia.

La speranza è che la Commissione antimafia non si limiti a chiedere alla farmacista Lanzetta lumi su una intervista di tre mesi fa, ma le chieda anche il perché di quel rifiuto ad accettare la carica di assessore regionale. Lei lo ha già chiarito in tutte le salse con il sostegno del sottosegretario Graziano Del Rio e con note di Palazzo Chigi.

Non è entrata nella giunta di Mario Oliverio per la presenza di Nino De Gateano. Si tratta di un ex consigliere regionale i cui santini elettorali furono trovati in un covo del boss Giovanni Tegano. Un rifiuto che all’ex ministro è costato l’ostracismo dell’intero Pd calabrese. “Sei una stalker, da te non accettiamo lezioni di moralità”. Esaurite le curiosità sull’intervista, forse varrebbe la pena riflettere sul caso De Gaetano e non trasformare l’Antimafia in un ring fra correnti del Pd calabro.

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